LA PROTESI D’ANCA
La protesi d’anca è l’unico intervento con efficacia documentata in grado di risolvere i problemi dell’artrosi dell’anca [vedi artrosi anca]. L’anca artrosica si infiamma per l‘usura delle superfici, che risultano essere come arrugginite, la protesi sostituisce le superfici dell’acetabolo e del femore facendo tornare fluido e non dolente il movimento.
La protesi è costituita da una componente acetabolare (coppa) e da una componente femorale (stelo), che solitamente vengono fissate all’osso direttamente. Le componenti a contatto con l’osso sono fatte in titanio poroso (fatte con stampante 3D) in modo che l’osso possa crescere dentro la protesi. Il giunto articolare è fatto di un materiale molto resistente al consumo, in Allumina e Zirconia.


L’INTERVENTO
L’intervento di protesi viene eseguito attraverso una piccola incisione sulla faccia anteriore della coscia (approccio mini-invasivo anteriore), di lunghezza variabile in funzione della difficoltà del caso. Questa tecnica innovativa permette di impiantare la protesi senza tagliare alcun muscolo, questi vengono solo separati come un sipario. Nelle donne si può praticare una incisione cutanea particolarmente estetica (l’incisione a bikini) [per saperne di più – link protesi per lei]. In rari casi, in base alla deformità dell’anca o alla conformazione anatomica del femore si preferisce eseguire una tecnica mini-invasiva postero-laterale.
La protesi d’anca è un intervento di grande successo in grado di fornire grande beneficio al paziente. Ciò nonostante, è un intervento di chirurgia maggiore e come tale comporta anche alcuni rischi, tre sono particolarmente significativi:
- L’infezione periprotesica è la complicazione più temibile perché normalmente per essere curata richiede la rimozione della protesi stessa. L’infezione si verifica mediamente nello 0.5-1% dei casi, anche in presenza di un’asepsi ottimale, di una procedura chirurgica corretta e di una profilassi antibiotica adeguata.
- Il diabete mellito e le condizioni di immunodeficienza comportano un rischio significativamente maggiore di contrarla.
- La trombosi venosa, con il rischio di embolia polmonare, ha un’incidenza piuttosto bassa con gli attuali protocolli di prevenzione farmacologica. Gli stessi farmaci usati per la prevenzione possono essere impiegati, ad un dosaggio aumentato, nella sua terapia. La trombosi non comporta un ritardo nella guarigione della protesi.
La lussazione della protesi, vale a dire la fuoriuscita dalla sua sede acetabolare della testa femorale. Questa può avvenire di solito nel primo periodo postoperatorio, quando i tessuti non sono ancora guariti, qualora il paziente esegua alcuni movimenti fuori dai protocolli e dalle indicazioni date. Solitamente la lussazione richiede una manovra di riduzione in anestesia ma non comporta un nuovo intervento, questo si rende necessario in rarissimi casi di lussazioni ripetute.
IL RICOVERO
Il ricovero in ospedale di solito dura tra i 3 e i 5 giorni, al termine dei quali il paziente riacquisisce una autonomia “domestica”: è in grado autonomamente con l’ausilio di 2 stampelle di muoversi per casa, superare una rampa di scale, alzarsi e sedersi da una sedia, andare in bagno. Dopo 3-5 giorni è dimesso a casa oppure, più raramente, trasferito presso una struttura riabilitativa. La decisione dipende dall’età, delle malattie coesistenti, della capacità di effettuare autonomamente il programma riabilitativo stabilito. Già in prima giornata il paziente inizia a flettere l’anca, a sedersi e ad alzarsi dal letto. La deambulazione inizia in genere in seconda giornata. Con la tecnica mini-invasiva anteriore e postero-laterale è possibile eliminare le stampelle precocemente, non appena la ferita chirurgica è guarita (dopo 2-3 settimane). Dopo 6-8 settimane, in presenza di un decorso regolare, il paziente può tornare ad una vita normale.
LA DURATA DELLA PROTESI
All’Istituto Ortopedico Rizzoli seguiamo tutte le protesi impiantate in Emilia Romagna [http://ripo.cineca.it/authzssl/index.htm]. Sulla base dei risultati di più di 27 mila pazienti con protesi con caratteristiche moderne (le progenitrici di quelle che utilizziamo oggi) a 15 anni dall’intervento sono ancora funzionanti nel 93% dei casi. Vale a dire che solo 7 pazienti su 100 hanno dovuto sostituire la protesi d’anca a 15 anni dall’impianto.
I GIOVANI E GLI ATTIVI
I pazienti giovani o relativamente giovani ma molto attivi possono giovarsi di disegni protesici fatti con la stampante 3D, accoppiamenti articolari in Zirconia, tecniche mini-invasive senza danno ai muscoli. Con queste soluzioni è possibile pianificare un ritorno alla attività sportiva quando è stato raggiunto un completo recupero della funzione e della stabilità articolari, cosa che avviene a circa a 3-6 mesi dall’intervento. La mancanza di dolore durante l’attività sportiva non significa che questa non sia potenzialmente dannosa per l’impianto protesico. In effetti tutti gli sport che comportano la corsa o il salto (jogging, volley, basket, calcio…) determinano violenti e ripetuti impatti sulla protesi, con conseguente incremento del rischio di scollamento della protesi stessa dall’osso e quindi una durata nel tempo inferiore a quanto preventivato. Gli sport a rischio di trauma, perché eseguiti in velocità (sci alpino, ciclismo…) o a distanza da terra (equitazione…) non sono dannosi per la protesi ma aumentano il rischio di un suo fallimento traumatico, cioè in seguito a caduta la possibilità di riportare una frattura intorno alla protesi, tale da scollarla e da richiede un nuovo intervento. Tutti gli altri sport possono essere praticati in tranquillità.
Per ulteriori informazioni:
http://www.ior.it/sites/default/files/Libretto%20protesi%20primaria.pdf